L'uomo

Arta Terme e il suo territorio custodiscono due preziosi siti archeologici: Cjarsovalas e l’Ospitium a San Nicolò degli Alzeri. Immersi nel verde questi due luoghi hanno fornito indizi importanti per ricostruire la vita nella Valle in momenti storici lontani da noi. La sezione dedicata all’archeologia invita a scoprirli, tra reperti, giochi interattivi e ricostruzioni visive.

L’Ospitium dei Cavalieri Ospitalieri a San Nicolò degli Alzeri 

Il complesso di San Nicolò degli Alzeri custodisce secoli di storia silenziosa. In epoca medievale, questo luogo sorgeva lungo un'importante via di comunicazione. Qui l'Ordine degli Ospitalieri — i Giovanniti — fondò un ospizio per offrire riparo, cure e conforto ai viaggiatori. Riportato alla luce tra il 2007 e il 2011 grazie a scavi condotti insieme alla comunità locale, il sito ha restituito oggetti quotidiani, tracce di pasti, una moneta boema e persino un piccolo mausoleo funerario. Un luogo di passaggio che, pezzo dopo pezzo, ci racconta un mondo medievale molto più connesso di quanto immaginiamo e ricco di sfumature. 

Le indagini archeologiche e la struttura del complesso

La documentazione archeologica disponibile per l’area carnica quasi sicuramente non rispecchia il grado di antropizzazione e frequentazione che la sub-regione ha sperimentato a partire da epoca preistorica, a causa di una diffusa mancanza di sistematicità della ricerca e da fattori relativi alle peculiarità geomorfologiche di territorio e depositi. 

Resti sporadici di industria litica hanno suggerito la presenza umana in Carnia (Forni di Sopra ed Enemonzo) già nel Paleolitico Medio, con tracce di stanziamento economicamente attivo in epoca neolitica (Enemonzo, Invillino). I caratteri geomorfologici del territorio hanno senz’altro favorito il processo di organizzazione delle comunità insediatesi con l’espansione demografica del Bronzo Medio e Recente lungo le piste su cui transitavano i traffici commerciali verso le regioni transalpine, attraverso facili valichi montuosi (Passo della Mauria, Passo di Monte Croce Carnico), rimaste sostanzialmente attive per secoli – pur considerando le trasformazioni ambientali e geo-politiche dal periodo post-romano. Un esempio di sito archeologicamente indagato e attivo dall’Età del Bronzo Recente-Finale sino al Medioevo, è quello di Colle Mazéit a Verzegnis (UD), sito d’altura allo sbocco della valle del Bût nel Tagliamento, in posizione strategica e recante tracce di attività di lavorazione del metallo. 

Con l’Età del Ferro si ha l’aumento sia degli stanziamenti umani che dei traffici sulle piste verso Settentrione, con, rispettivamente, insediamenti per lo sfruttamento agricolo nelle piane vallive, caccia e pascolo in alta quota, insediamenti fortificati lungo le direttrici di traffico, e lo sviluppo del commercio del sale. Fra il III e il II secolo a.C. è registrata archeologicamente la presenza di popolazioni di Galli Carni presso Lauco, Amaro, Paularo, Raveo, Enemonzo, forse stabilitisi in piccoli villaggi sparsi. Si ha notizia del rinvenimento, presso Avosacco (Arta Terme), di fibule e fusaiole datate all’Età del Ferro.

Dalla fine del III secolo inizia anche il processo di romanizzazione in Friuli Venezia Giulia, con, dalla metà del II secolo a.C. – la fondazione di Aquileia si ha nel 181 a.C. – un primo insediamento nel sito della futura Iulium Carnicum (Zuglio) presso il colle di San Pietro, punto strategico sulla valle del Bût. La fortunata posizione di  Iulium Carnicum le consente di guadagnare anche giurisdizione su un territorio che supera i confini tradizionali di quello carnico, comprendendo il percorso per il Passo della Mauria e la via per compendium (da Iulia Concordia/Concordia Sagittaria al Norico), e facendone un punto di passaggio fondamentale sulla via Augusta (da Aquileia ad Aguntum/Lienz). Tracce di insediamento romano e di necropoli sono presenti a Borgo Chiusini (Arta Terme), a Priola, sul Colle di Ognissanti, si ha notizia del rinvenimento di strutture murarie e pavimentali, resti scheletrici, elementi architettonici ed eterogenei databili all’epoca romana. Ancora in Comune di Arta Terme, a est della chiesa di San Nicolò e a nord-est del cimitero, si ha notizia del ritrovamento, nel XIX secolo, di frammenti di materiale da costruzione e residui di lavorazione di pietra e vetro attribuiti a epoca romana. Nello stesso luogo pare vi fosse una cava di argilla.

Con la tarda epoca romana imperiale e il periodo di instabilità politico-sociale fra IV e VI secolo d.C., si moltiplicano gli insediamenti fortificati, sia residenziali che militari, alcuni dei quali figurano parte del sistema militare difensivo del Claustra Alpium Iuliarum. Verso la fine del IV secolo, Iulium Carnicum, decaduta come centro politico, viene istituzionalizzata come sede episcopale, che manterrà sino all’inizio dell’VIII secolo. 

Anche in Carnia l’epoca medievale vede lo sviluppo del fenomeno dell’incastellamento, che non corrisponde direttamente alla distribuzione dei siti fortificati di epoca antica, con il tessuto insediativo ancora caratterizzato da centri sparsi. Fortificazioni medievali nella valle del Bût sono presenti a Lauco, con il castello di Somcolle, distrutto a metà del XIV secolo, a Sutrio, con il castello di Priula a controllo della Valcalda, a Paluzza, con la Torre Moscarda del XIII secolo a vigilanza della via Iulia Augusta, a Treppo Carnico, con il sistema difensivo a controllo della Val Pontaiba.

Ad avere continuità insediativa sono stati, ad esempio, Colle di Zucca e Colle Santino (Invillino), i castelli di Nonta e Castoia (Socchieve). 

Di tali presidi fortificati poi, come avviene per il resto della regione, solo alcuni sono stati utilizzati fino alle soglie dell’Età Moderna.

In questo scenario, tra il XIII e il XVI secolo, sorse l’Ospitium di San Nicolò degli Alzeri, un complesso ospitaliero gestito dai Cavalieri Ospitalieri (o Giovanniti), un ordine religioso-militare dedito all’assistenza dei pellegrini e alla difesa delle vie di comunicazione.

La fondazione dell’Ospitium è collocabile nella prima metà del Duecento, come suggerito dagli affreschi presenti all’interno della chiesa di San Nicolò, databili alla metà del XIII secolo. Questo periodo coincide con l’espansione degli ordini ospitalieri lungo le principali vie di pellegrinaggio europee, dove strutture come questa offrivano ricovero, cibo e protezione ai viaggiatori. L’Ospitium di San Nicolò era legato amministrativamente alla mansio di San Tomaso di Majano, un altro insediamento giovannita della regione, e rappresentava un punto di sosta fondamentale per chi attraversava la Carnia.

Il contesto storico e territoriale

Le campagne di scavo condotte tra il 2007 e il 2011 hanno permesso di ricostruire la planimetria e le fasi costruttive dell’Ospitium, un sito articolato attorno a una corte centrale e delimitato da un muro di cinta conservato su tre lati: nord, ovest e sud. Il muro, spesso tra 75 e 80 cm, era realizzato con grossi ciottoli sbozzati legati da malta di calce, e presentava un ingresso secondario sul lato ovest, dotato di una soglia larga circa 1,70 m con due gradini. Questo ingresso, rivolto verso occidente, potrebbe aver funzionato come accesso di servizio o per i viandanti provenienti dalla strada.

All’interno della cinta, gli scavi hanno identificato cinque corpi di fabbrica (CF), costruiti in fasi successive e con funzioni diverse:

  1. Prima fase costruttiva (XIII secolo): I primi edifici ad essere eretti furono CF3 e CF4, situati nell’angolo nord-ovest del complesso. CF3, un ambiente di circa 63 m², e CF4, più piccolo (20 m²), condividevano un muro e presentavano ingressi indipendenti affacciati sulla corte. CF4, in particolare, ospitava una struttura quadrata interpretata come un forno, probabilmente utilizzato per la cottura dei cibi o per piccole lavorazioni artigianali. La presenza di frammenti ceramici, ossa animali e scorie vetrose in questo vano suggerisce un uso legato alla preparazione dei pasti o ad attività di tipo domestico. I pavimenti, realizzati in terra battuta o malta povera, indicano un utilizzo funzionale e poco curato, tipico degli ambienti di servizio.
  2. Seconda fase costruttiva (XIII-XIV secolo): In un momento successivo, furono aggiunti CF1 e CF2, due vani quadrati di circa 45 m² ciascuno, appoggiati al muro di cinta settentrionale. Questi ambienti, dotati di pavimenti in malta su vespaio di ciottoli, presentavano tracce di intonaci parietali e aperture ad arco a tutto sesto, segni di una maggiore attenzione costruttiva. L’ingresso di CF2 fu ricostruito in posizione arretrata, probabilmente per esigenze funzionali o di rappresentanza. La somiglianza nelle dimensioni e nelle tecniche costruttive suggerisce che questi vani fossero destinati a funzioni residenziali o di accoglienza per ospiti di rango più elevato.
  3. Il mausoleo funerario (CF5): A nord-ovest della chiesa di San Nicolò, gli scavi hanno portato alla luce CF5, un piccolo edificio rettangolare (3,22 x 5,78 m) isolato rispetto agli altri corpi di fabbrica. Questo vano, interpretato come un mausoleo funerario, era suddiviso in due parti: un vestibolo e una fossa tombale, separati da una balaustra in pietra. La tomba, rivestita di lastre lapidee e orientata est-ovest, conteneva resti di almeno due individui adulti di sesso maschile, probabilmente membri autorevoli dell’ordine. La presenza di un “cuscino” lapideo per la testa del defunto e la cura nella costruzione indicano una sepoltura privilegiata, riservata a figure di rilievo all’interno della comunità giovannita. Dopo l’abbandono del complesso, la tomba fu svuotata e sigillata con uno strato di pietre e argilla, databile non prima della fine del XV secolo.

Funzioni e vita quotidiana nell’Ospitium

L’Ospitium di San Nicolò era un insediamento polifunzionale, progettato per rispondere a diverse esigenze:

  • Accoglienza e assistenza: come tipico degli ospizi medievali, offriva ricovero, cibo e protezione ai pellegrini. La presenza di un forno (CF4) e di resti ceramici e faunistici conferma attività legate alla preparazione dei pasti e alla vita quotidiana. 
  • Difesa e controllo del territorio: il ritrovamento di punte di freccia, un frammento di brigantina e un puntale di fodero per spada suggerisce che il complesso potesse svolgere anche funzioni militari, in linea con il ruolo dei Giovanniti come protettori delle vie di comunicazione. 
  • Culto e sepoltura: la chiesa di San Nicolò, citata a partire dal 1335, era affiancata dal mausoleo (CF5), riservato a membri dell’ordine. La sepoltura multipla e la cura nella costruzione indicano un luogo di memoria per figure di rilievo, probabilmente committenti o amministratori dell’Ospitium

Le fonti scritte, come le visite pastorali del XVII secolo, confermano che i resti dell’Ospitium erano ancora visibili fino al Settecento, mentre la chiesa rimase in uso almeno fino al XVI secolo, quando subì ristrutturazioni. Gli affreschi presenti all’interno dell’abside, databili alla metà del Duecento, raffigurano figure di santi e un’Annunciazione, offrendo un termine cronologico prezioso per la datazione dell’edificio sacro.

Tecniche costruttive e materiali

Le murature dell’Ospitium erano realizzate con pietrame prevalentemente calcareo, sbozzato sulla faccia a vista e legato da malta di calce. Le tecniche costruttive includevano l’uso di muri a sacco, messi in opera con disinvoltura anche sopra massi erratici preesistenti. Particolare cura era riservata agli elementi architettonici, come le pietre angolari, gli archi delle aperture e le mensole, che presentavano lavorazioni più raffinate. I pavimenti, quando conservati, erano realizzati in malta su vespaio di ciottoli o, in alcuni casi, in terra battuta.

Significato storico e archeologico

L’Ospitium di San Nicolò degli Alzeri rappresenta un esempio significativo di insediamento ospitaliero medievale, legato alla rete di assistenza ai pellegrini e alla presenza militare dei Giovanniti. La sua struttura, articolata in fasi costruttive successive, riflette l’evoluzione delle esigenze funzionali e il ruolo centrale del complesso nella valle del Bût. Il mausoleo (CF5) aggiunge un elemento di eccezionalità, testimoniando la presenza di figure di rilievo all’interno dell’ordine e offrendo spunti di riflessione sul culto dei morti e la memoria storica.

Le indagini archeologiche, sebbene non esaustive (manca la definizione del lato est del complesso), hanno permesso di ricostruire la planimetria e le funzioni del sito, contribuendo a una migliore comprensione della vita quotidiana, delle tecniche costruttive e delle dinamiche di abbandono di un insediamento ospitaliero nel Friuli medievale. L’Ospitium di San Nicolò degli Alzeri, quindi, non solo offre una finestra sul passato, ma rappresenta anche un importante tassello per la ricostruzione della storia dei pellegrinaggi e degli ordini religiosi-militari in Europa.

A pochi minuti da Piano D’Arta sorge la piccola chiesa di San Nicolò degli Alzeri. Raccolto tra le montagne questo luogo custodisce un sito oggetto di numerose ricerche storiche e archeologiche: l’Ospitium dei Cavalieri Ospitalieri. Un luogo che, per oltre duecento anni, accolse viaggiatori, pellegrini, mercanti sotto il vigile occhio di un ordine religioso - militare nato a Gerusalemme. Una storia tutta da scoprire.

Cjarsovalas: un villaggio medievale nelle Alpi Carniche

Il sito di Cjarsovalas (o Chiaserualis) si trova a 1235 metri di altitudine, sulle pendici settentrionali del Monte Plombs. Fino alla metà del XX secolo, l’area era utilizzata come pascolo, mentre oggi è coperta da una fitta vegetazione boschiva, principalmente di faggi e alcune conifere.

Il sito è caratterizzato da 15 depressioni rettangolari circondate da accumuli di pietre (aggeri) e da un gruppo di tre depressioni più a ovest. Queste strutture, già studiate a fine Ottocento e inizio Novecento da Luigi Gortani e Alfredo Lazzarini, furono interpretate come resti di un antico villaggio. Il sito era probabilmente abitato solo nei mesi più miti e rappresenta un esempio raro di villaggio d’altura in Carnia. 

Il nome Chiaserualis (o Cjarsovalas) fu interpretato come "case dirute" (dal latino ruere), mentre i vicini Champùz ("piccoli campi") erano collegati ai terrazzamenti agricoli circostanti.

Lo Scavo Archeologico

L’intervento, condotto da Arc-Team sotto la direzione scientifica del Dott. Roberto Micheli (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia), si è svolto tra agosto e ottobre 2018. L’obiettivo era comprendere la natura del sito e recuperare materiali datanti per ricostruire il modello di sfruttamento del territorio montano, possibilmente simile ad altri contesti carnici, come, ad esempio,  Cabia e Lauco.

Sono state indagate quattro strutture (3, 5, 9 e 15) attraverso saggi di scavo:

  1. Struttura 5: Si tratta di una piccola costruzione trapezoidale (6,6 x 5,4 m) con muri a secco in pietra locale e, all’interno, un piano in argilla inclinato verso est, interpretato come pavimentazione. Sono stati rinvenuti due chiodi di ferro vicino all’ingresso, unica traccia dell’alzato ligneo, mentre le murature, di qualità modesta, suggeriscono una funzione non abitativa (forse un fienile o una stalla). 
  2. Struttura 15: È la più grande (75 mq), con muri curati e un piano in argilla leggermente inclinato. Al suo interno sono state rinvenute tracce di una carbonaia (una struttura per la produzione di carbone), che ha disturbato i livelli originali. Alcune pietre poggia-palo e una buca per un palo ligneo  confermano la presenza di un alzato in legno. In questo caso, la qualità delle murature e la presenza di elementi strutturali interni suggeriscono una funzione abitativa. 
  3. Struttura 3 e 9: I saggi esplorativi hanno confermato la presenza di basamenti in pietra e piani in argilla, simili a quelli delle altre strutture. 

Le indagini hanno confermato che le 15 depressioni corrispondono a strutture con basamento in pietra a secco e alzati in legno, tipiche dell’edilizia alpina medievale.  Si osservano prevalentemente pietre calcaree sia a spigolo vivo che arrotondato, prive di segni di lavorazione; in numero minore si trovano frammenti di marne rosse e grigie e pietre vulcaniche; molto rari invece i frammenti di conglomerato e di arenaria.
L’assenza di reperti (solo pochi frammenti ceramici e ossi animali) suggerisce un abbandono sistematico del sito, forse legato a uno spostamento della comunità verso altre aree. Le strutture sembrano avere funzioni diverse: alcune sembrano essere state abitazioni, come la struttura 15, con muri curati e pavimentazione in argilla, mentre per altre, come la struttura 5, più semplice, è più verosimile una funzione come edifici di servizio, ad esempio fienili o stalle. I pochi frammenti ceramici rinvenuti suggeriscono una frequentazione in altomedioevo/inizio medioevo, ma l’analisi dei carboni (dalla struttura 5) potrebbe fornire dati più precisi.

Data l’alta quota (1235 m), è possibile che il villaggio fosse occupato solo nei periodi più miti dell’anno, per pratiche di alpeggio o sfruttamento dei terrazzamenti agricoli nei mesi estivi. L’assenza di focolari all’interno delle strutture potrebbe essere dovuta alla funzione non abitativa di alcune di esse o alla distruzione causata dalla carbonaia nella struttura 15. Il sito di Cjarsovalas rappresenta un raro esempio di villaggio medievale d’altura in Carnia, con strutture in pietra e legno organizzate in modo funzionale. La tecnica costruttiva con uso di pietre a secco e alzati in legno con palificazioni interne ricorda quella del villaggio austriaco di Oberstalleralm, un esempio di architettura alpina medievale. È possibile che la mancanza di ganci in metallo sia dovuta ad una tecnica edilizia ad incastro del tipo “blockhouse”, molto utilizzata in ambiente alpino, che vedrebbe uno scarso impiego di questi dispositivi. Tuttavia non è da escludere che la parte lignea sia stata smontata e recuperata negli anni successivi all'abbandono dell'abitato. Lo scavo ha permesso di ipotizzare un modello di vita legato allo sfruttamento stagionale del territorio alpino in epoca medievale.

Alle pendici del monte Plombs si trovano le tracce di un antico villaggio, oggi immerso nel bosco: Cjarsovalas. Questo sito archeologico conserva una rara testimonianza di un insediamento d’altura in Carnia. Abitato probabilmente solo nei mesi più miti, popolato di strutture a secco Cjarsovalas ci parla di una presenza umana discreta, perfettamente integrata nel paesaggio.

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